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Katia Ghigi ha tagliato un traguardo speciale: 40 anni di musica
Quarant’anni nel mondo della musica non sono una ricorrenza: sono una presa di posizione. E quando la protagonista è una violinista che alterna palcoscenici internazionali e aule di scuola media, la storia diventa ancora più interessante. Eugubina, concertista, docente, direttrice artistica: Katia Ghigi non ha mai scelto una sola strada. Le ha percorse tutte.
Diplomata con il massimo dei voti al Conservatorio di Musica Francesco Morlacchi, perfezionamento alla Scuola di Musica di Fiesole: una trafila accademica solida, ma non scontata. Non è la classica carriera confinata alla provincia umbra. Katia Ghigi ha suonato in sedi e festival di primo piano, confrontandosi con pubblico e orchestre di livello internazionale. Ha calcato il palco del Teatro alla Scala, dove ogni musicista sa di essere sotto una lente d’ingrandimento spietata. È passata dall’Auditorium Parco della Musica, tempio romano dell’acustica contemporanea, e dal Teatro di San Carlo, dove la tradizione operistica pesa come un’eredità monumentale. E poi l’estero: concerti in Egitto, Turchia, Libano e città come Berlino e Tokyo (ha suonato per l’Imperatore del Giappone), contesti culturali diversissimi ma accomunati da un pubblico attento, preparato, esigente.
Il repertorio? Dalla grande letteratura per violino e pianoforte alla musica da camera, fino alle collaborazioni orchestrali. Una versatilità che le ha permesso di dialogare con musicisti di scuole e tradizioni differenti, affinando un linguaggio interpretativo personale, mai astratto e inespressivo.
Se c’è una parola chiave nella carriera di Katia Ghigi quella è certamente condivisione. Non una solista chiusa nella propria torre d’avorio, ma una musicista abituata al confronto. Ha collaborato con pianisti, ensemble cameristici, direttori e giovani talenti, costruendo progetti che spesso intrecciano repertorio classico e percorsi meno battuti. Il lavoro in duo – formula tanto amata quanto rischiosa – le ha consentito di esplorare un dialogo musicale serrato, dove ogni sfumatura diventa decisiva. Una filosofia che si riflette anche nel suo ruolo di direttrice artistica del Gubbio Summer Festival, manifestazione che negli anni ha portato a Gubbio giovani talenti e musicisti affermati, trasformando la città in un crocevia internazionale di studio e concerti. E qui la violinista diventa regista culturale: seleziona programmi, invita docenti, costruisce reti. Non solo interprete, ma motore di progettualità.
E poi c’è l’altra faccia della medaglia: l’insegnamento nelle scuole medie. La sua attività didattica non è un ripiego, ma una scelta. In un’epoca in cui il violino fatica a trovare spazio, Katia Ghigi difende il valore formativo della musica come strumento di crescita emotiva e disciplina mentale. Porta in classe l’esperienza del palco: racconta cosa significa preparare un concerto, gestire l’ansia, lavorare in ensemble. Trasforma la lezione in laboratorio vivo, dove la musica non è teoria astratta ma esperienza concreta. A rendere ancora più simbolico il percorso, il violino che suona: uno strumento costruito nel 1895 a Venezia dal liutaio Eugenio Degani. Un dialogo che dura da quarant’anni. Quattro decenni in cui Katia Ghigi ha scelto di non separare l’élite dalla quotidianità, il teatro dall’aula, l’internazionalità dalla radice eugubina. E forse è proprio questa la cifra della sua carriera: non la ricerca del clamore, ma la coerenza. Un archetto che non si è mai piegato alle mode. Solo alla musica.
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