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Le ragioni del no al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sono le stesse che provano a demolire la riforma sulla giustizia. Uno degli interpreti di punta delle argomentazioni contro, è il senatore dem umbro Walter Verini. Il corsus honorum è a tema: è stato responsabile nazionale giustizia Pd e oggi segretario commissione Giustizia del Senato e capogruppo Pd in commissione Antimafia.
-La separazione delle carriere non è un aspetto positivo, su più fronti?
Come dice l’avvocato Franco Coppi se la “cultura della giurisdizione”. è unitaria, è meglio. Se da ruolo requirente si passa dopo anni al giudicante e viceversa, un magistrato avrà una mentalità giurisdizionale più completa e svolgerà meglio sia l’una che l’altra funzione. Nel merito poi è sbagliato dire che non c’è la separazione. Durante il governo Draghi - ministro Cartabia - approvammo tre riforme: penale, civile e ordinamentale. Di questa ero io relatore alla Camera. Già c’è nei fatti la separazione. Oggi un magistrato può passare una sola volta in carriera da funzione giudicante a requirente o viceversa.
-Non ci sono conflitti di interesse?
Oggi il 50% delle richieste dell’accusa vengono respinte o comunque non accolte dal giudice: dove sta l’appiattimento sulle Procure? Due casi di scuola: il Pm chiese la condanna di Salvini a Palermo e il Giudice lo assolse. E il sottosegretario Delmastro, a processo sul caso Cospito per rivelazione di segreti d'ufficio ( Serracchiani Orlando, Lai ed io eravamo parte lesa): la Procura chiese l’assoluzione e il giudice lo condannò. Due casi in cui il giudicante ha fatto l’opposto di quello che chiedevano i pm.
-La separazione delle carriere come intesa nella riforma non elimina conflitti di interesse, non a beneficio dei cittadini?
No, è il contrario. Oggi il pm ha l’obbligo di cercare le prove sia a carico sia a discarico dell’indagato. Dopo averle valutate, deve decidere se chiedere l’archiviazione o il rinvio a giudizio. Ma può chiedere il rinvio a giudizio solo in presenza di una ragionevole prognosi di condanna. Non può farlo in modo automatico o pregiudiziale. Con un corpo separato di pm votato solo all’accusa e risponde solo a se stesso, il rischio è evidente: si punterebbe esclusivamente all’accusa, quasi come uno “sceriffo”. Questo cambierebbe profondamente l’equilibrio attuale. E in negativo. Altro che garantismo.
- Un altro punto controverso è il sorteggio per il Csm. Non è un modo oggettivo per eliminare correnti e ingerenze politiche?
No, il sorteggio – che peraltro riguarda solo i magistrati e non i " laici " scelti dal Parlamento – è una pessima soluzione. Esempio: un chirurgo bravo in sala, non è detto sia adatto a fare il ministro della sanità. Allo stesso modo, un magistrato capace nei processi può non essere adatto a far parte del Csm che è un organo delicatissimo: valuta le leggi del Parlamento, le confronta con altri ordinamenti, esercita funzioni fondamentali. Per farne parte serve una visione ampia, che il sorteggio non garantisce. Non è vero che “uno vale uno”. Altro discorso è combattere il correntismo che il sorteggio non elimina: nulla vieta che vengano sorteggiati magistrati appartenenti a una stessa corrente. Queste in sé non sono un male; lo diventano quando degenerano in correntismo e carrierismo (come purtroppo accade anche nei partiti).
-Questo referendum è diventato uno scontro politico, un “Meloni sì, Meloni no”?
È stato il governo a imporre questo terreno. Quando il ministro Carlo Nordio presentò la riforma, la definì “blindata”. Il Parlamento non ha potuto cambiare una virgola, pur trattandosi di una legge che modifica la Costituzione in sette punti, tra cui uno delicatissimo: l’equilibrio tra i poteri. Abbiamo presentato centinaia di emendamenti, nessuno è stato approvato. La maggioranza non ne ha presentato nemmeno uno, perché la riforma era già chiusa. È evidente che così si è voluto politicizzare il confronto. Se il Parlamento avesse potuto discutere e modificare il testo, il clima sarebbe stato diverso. Ma questa scelta non l’abbiamo fatta noi. E mi faccia dire: grazie al Presidente della Repubblica che si è schierato a difesa della Costituzione, contro attacchi perfino intimidatori alla magistratura come quelli del governo e del Guardasigilli.
-Ci sono altri punti critici nel merito della riforma?
Sì. Il rischio che, con la separazione delle carriere, dando troppo potere ai pm, si finisca col metterli sotto l’indirizzo dell’esecutivo. Dove le carriere sono separate funziona così. Non è scritto esplicitamente nella riforma, ma è un rischio reale. Il secondo riguarda l’Alta corte. Anche noi volevamo superare l’autoreferenzialità disciplinare, ma con un sistema equilibrato: il Csm con una commissione disciplinare e un organismo terzo per i ricorsi. Qui invece si prevede un’Alta corte solo per la magistratura ordinaria, che esaurisce tutto il giudizio. Il ricorso viene esaminato dalla stessa Corte che ti ha condannato. Lo riteniamo sbagliato.
-C’è anche una preoccupazione politica più ampia?
Sì. Questa riforma si inserisce in un quadro più generale. Si colpisce l’indipendenza della magistratura, si mortifica il Parlamento, si propone il premierato che ridimensiona il ruolo del presidente della Repubblica. La Corte dei conti è stata indebolita. E ogni giorno viene delegittimato il giornalismo d’inchiesta. In democrazia i controlli e i contropoteri sono fondamentali. Per questo le nostre ragioni sono sia di merito sia istituzionali e politiche.
- Questa riforma risolve i problemi concreti della giustizia?
No. Non risolve nulla della giustizia quotidiana che interessa i cittadini. Servono più magistrati, più cancellieri, stabilizzare i 12.000 addetti all’ufficio del processo oggi precari, ammodernare le sedi, rafforzare il processo telematico. La Costituzione parla di “ragionevole durata” dei processi. È su questo che bisogna intervenire. Questa riforma non dice nulla su questi temi. Pensare che attaccando la magistratura si risolvano i problemi è una balla.
- Perché votare no?
Chiediamo ai cittadini di valutare nel merito e insieme di difendere i presìdi della nostra democrazia. Per queste ragioni siamo convintamente per il no.
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