LO STUDIO
Cala la popolazione in età da lavoro, crolla il Pil. Nell’arco di 12 anni si sfiorerebbe il baratro di dieci punti percentuali in meno, peggio della media nazionale. E’ la simulazione che si è “divertita” a fare l’Agenzia Umbria ricerche sulla base delle stime Istat della popolazione, ipotizzando costanti gli altri fattori della relazione contabile del Pil. La ricercatrice Elisabetta Tondini considera lo scenario che si delineerebbe al 2035 rispetto al 2023. Il solo fattore demografico “determinerebbe una flessione economica – seppure con intensità differenti – diffusa in tutte le regioni italiane. Il Pil italiano dal 2023 al 2035 scenderebbe dell’8%, quello umbro del 9,3%”, evidenzia Tondini. Peggio dell’Umbria farebbero, oltre la Valle d’Aosta, solo le regioni meridionali. Come detto il fattore determinante è quello demografico. In base alle previsioni Istat l’Umbria entro il 2035 rischia di perdere il 3,4% di abitanti e l’8,9% di quelli di età compresa tra 15 e 64 anni.
Per conservare nel 2035 il livello del Pil italiano dell'anno base (il 2023) sarebbe necessario, ad esempio, un incremento cumulato della produttività del lavoro pari all'8,7%, che corrisponderebbe a circa uno 0,7% annuo. In Umbria, la crescita della produttività del lavoro dovrebbe salire del 10,2%, per un tasso annuo dello 0,8%; nelle regioni meridionali, caratterizzate da cali demografici particolarmente consistenti, occorrerebbero aumenti anche ampiamente superiori all'1% annuo.
Aumentare il lavoro delle donne è una delle contromisure ipotizzate nel primo scenario. Preconizzando un incremento diffuso del tasso di occupazione femminile di 5 punti percentuali e l’invariabilità delle altre componenti, “l’impatto negativo diminuirebbe sensibilmente”, scrive Todini. In Umbria la perdita di Pil si ridurrebbe dal -9,3% al -5,6%, “un miglioramento, certo, che non sarebbe però sufficiente a stabilizzare l’economia regionale”. La mitigazione del calo del Pil “riuscirebbe a evitare la contrazione economica solo in poche regioni del Nord, ovvero quelle che beneficiano di un incremento demografico”. Nel secondo scenario si ipotizza l’aumento di tre punti anche dell’occupazione maschile. Per l’Umbria il calo si attesterebbe al -3,5% (a fronte del -1,8% nazionale) e il PIL pro-capite mostrerebbe invece un lieve incremento, segno di una flessione demografica più sostenuta di quella economica. Terza prospettiva, l’aumento dell’età pensionabile a 69 anni. Le risultanze di questa possibilità si collocherebbero tra due stime limite. Nella prima l’allungamento dell’età pensionabile apporterebbe un sostanziale beneficio soprattutto nei territori con elevata partecipazione al lavoro, dunque in tutte le regioni del Centro-Nord: per l’Umbria il Pil aumenterebbe dello 0,9% (a fronte del +1,5% nazionale). Nella seconda stima, l’effetto amplificatore sulla crescita risulterebbe molto più contenuto e limitato solo a quattro territori. L’Umbria subirebbe un calo del Pil pari al 3,1% (a fronte del -1,7% italiano). Tutte svolte comunque parziali. E non risolutive.
Per arrestare il declino serve un mix di interventi. Il fattore più direttamente influente è la componente migratoria, poiché può contribuire a riequilibrare la piramide demografica attenuando la riduzione della popolazione attiva e sostenendo la capacità di generare lavoro. “Una gestione efficace e lungimirante dei flussi migratori – per quanto complessa – può incidere in modo significativo nel contrastare lo squilibrio demografico e nel rafforzare la forza lavoro. Ma si tratta di un fattore fortemente aleatorio, influenzato da variabili geopolitiche e socioeconomiche difficilmente prevedibili”, evidenzia Aur.
C’è un altro driver, strettamente legato alla sfera economica, si impone come volano strategico su cui è “indispensabile investire”: la produttività del lavoro. “Sebbene in questo focus sia stata mantenuta costante per l’intero orizzonte di previsione, è su questa variabile che si gioca, in ultima analisi, la possibilità di innescare una traiettoria di crescita sostenibile e duratura”, spiega Tondini. Come si fa? L’aumento della produttività richiede, in modo imprescindibile, un rafforzamento del capitale umano – da perseguire attraverso investimenti mirati in istruzione, formazione continua e aggiornamento delle competenze – nonché una più ampia e diffusa adozione dell’innovazione tecnologica all’interno dei processi produttivi. L’approccio dovrà essere giocoforza integrato: “da un lato, misure volte a mobilitare il potenziale interno di lavoro ancora inutilizzato a sua volta supportato da un contributo significativo di persone in età attiva provenienti dall’estero”, è scandito nel report, dall’altro, “un salto di qualità attraverso un congruo innalzamento della produttività”. Solo così si potrà evitare la recessione.
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