Curiosità
A San Valentino ogni scusa è buona per ritagliarsi una giornata da dedicare al proprio partner, magari all'insegna della natura, lasciandosi trasportare dall'effetto rigenerante del verde delle dolci colline umbre. Lontano dalle mete più gettonate prese d'assalto nel weekend, si nascondono luoghi suggestivi e silenziosi, custodi di baci appassionati e promesse eterne. Antichi castelli, paesaggi selvaggi e caratteristici borghi si snodano in un viaggio nel cuore dell'Umbria, che si lascia scoprire dai travolgenti amori giovanili o dai più maturi legami decennali.
Raggiungibile in circa 20 minuti di camminata, il Balcone degli Innamorati si affaccia proprio sull’imponente getto d’acqua della cascata delle Marmore. Muniti di impermeabile, il terrazzo è raggiungibile percorrendo a piedi l’omonimo tunnel scavato nella roccia. Il nome del balcone prende ispirazione proprio dal mito di San Valento, primo vescovo di Terni e protettore degli innamorati. Secondo la leggenda del "velo da sposa" il Santo, per dare prova della bellezza della bella Nerina messa in dubbio dal proprio compagno, colpì la rupe con il bastone pastorale facendo fuoriuscire un getto d’acqua simile a un maestoso velo da sposa.

Meno conosciute rispetto alle cascate delle Marmore, le cascate del Menotre scorrono tra la fitta vegetazione della vallata Altolina, all'altezza di Pale – un piccolo borgo situato a pochi chilometri da Foligno. Qui l'acqua cristallina del fiume Menotre contrasta il verde intenso dei boschi, regalando un'esperienza inedita nella natura più aspra. Il sentiero di circa due ore è adatto a tutti, è aperto, gratuito e percorribile in tutte le stagioni.

Sempre nel piccolo borgo di Pale, incastonato nella roccia, sorge l'eremo di Santa Maria Giacobbe. Risalente al XIII secolo, il luogo prende il nome dall'omonimo monte su cui è scolpito. L'eremo infatti è stato realizzato in una rientranza di una parete rocciosa, raggiungibile a piedi seguendo un sentiero in salita. Una volta raggiunta la cima, si può godere di una vista inedita sulla valle del Fiume Menotre. All'interno della chiesa, è possibile ammirare la volta creata nella roccia e i numerosi affreschi sulle pareti, risalenti al periodo compreso tra il 1300 e il 1600. All'esterno del Santuario, si trova anche un pozzo semicircolare per la raccolta di acqua piovana, ai tempi utilizzata dai domestici che se ne servivano per curare i fedeli in visita.

A una manciata di chilometri da Bevagna, si estende un perfetto cerchio di acqua, profondo circa 13 metri. Tra le sue limpide acque e i fitti alberi che lo circondato, il lago dell’Aiso nasconde leggende e racconti popolari che si sono tramandati nei secoli. Secondo il mito, un ricco contadino di nome Chiarò decise di trebbiare il grano nel giorno di Sant'Anna, ignorando il divieto della Chiesa e la tradizione contadina che dedicava quella data, il 26 luglio, al riposo e alla preghiera. Ignorando la moglie devota, il contadino lavorò nell’aia con i braccianti, finché il terreno improvvisamente cedette e, divorando la sua casa, diede forma al lago. Sempre stando al racconto popolare, un angelo avvertì la moglie di scappare con i figli ma le intimò anche di lasciare indietro il più piccolo, temendo che un giorno sarebbe diventato come suo padre. La donna ubbidì e a quel punto si formò un secondo lago più piccolo, oggi chiamato Aisillo.

(Foto da: https://fondoambiente.it/luoghi/lago-dell-aiso?ldc)
Incastonato tra i monti di Campello sul Clitunno, a un’altitudine di 972 m, il castello di Acera prende il nome dalla fitta presenza di aceri che lo circondano. Costruito lungo il tracciato romano di via della Spina, che da Spoleto passava per l’altopiano di Colfiorito per raggiungere il mare Adriatico, il castello offriva riparo ai pastori e al bestiame che transitavano dai pascoli invernali della Maremma laziale. All’interno delle mura ancora oggi sorgono le due chiese di san Biagio e quella intitolata alla Madonna, situata vicina alla porta d’ingresso al Castello. Poco distante dal forno pubblico, si staglia anche una torre poligonale del XVIII secolo, costruita dalla famiglia Prioreschi, che volle fare del castello la propria dimora.

Situato su un’altura alla sinistra del Tevere, tra Orvieto e Amelia, il castello di Alviano ha dato origine allo sviluppo del borgo che è diventato il centro del Comune di Alviano. La sua pianta trapezoidale segue l'andamento naturale del terreno e si articola su tre piani principali, più un attico. Circondato da una cinta muraria munita di quattro torri angolari, sulla facciata d’ingresso spiccano il leone della gogna e una testa di Medusa, simboli del feudo degli Alviano. Il castello fu infatti fatto costruire nel 996 dal conte Offredo, capostipite della famiglia Alviano, che ne mantenne la proprietà acquisendo anche poteri nel territorio, fino a quando, nel 1308, i ghibellini amerini li cacciarono. Il maniero tornò alla famiglia grazie a Francesco d’Alviano, che lo scelse come residenza, ma fu successivamente distrutto dai Chiaravalle. La ricostruzione, avvenuta nel 1495, fu opera del figlio Bartolomeo, che lo trasformò in una raffinata dimora baronale in stile rinascimentale arricchita da elementi difensivi strategici ispirati ai principi di Leon Battista Alberti. Nel 1500, il figlio Bernardino convertì il castello in una delle principali fonderie di cannoni dell’Umbria, ma in assenza di eredi maschi, la famiglia Alviano perse il feudo e mutò il cognome in Liviani. Da allora la fortezza perse rilevanza militare e cambiò più volte proprietario, finchè nel 1816 fu ereditata dal principe Andrea II Doria Pamphilj Landi.

Monumento simbolo di Gualdo Tadino, la Rocca Flea è considerata uno dei principali esempi di architettura fortificata medievale in Umbria. Il nome Flea deriva probabilmente dal vicino fiume Flebeo (poi detto Fleo), menzionato già in documenti del XII secolo, che attestano le antiche origini della fortezza. Nel corso dei secoli, con i vari domini che si susseguirono sulla città, subì numerose modifiche e ampliamenti. Nel 1177 fu occupata dalle truppe di Federico Barbarossa, poi passò sotto il controllo papale e nel 1208 fu posta sotto la protezione della guelfa Perugia. Dopo un devastante incendio che distrusse Gualdo Tadino nel 1237, l’arrivo di Federico II di Svevia, nel 1242, permise di ampliare e rafforzare la Rocca trasformandola, insieme alla città, in un’importante postazione di confine tra i territori ghibellini imperiali e quelli guelfi legati allo Stato Pontificio. A metà del XIV secolo, con la morte dell’imperatore nel 1250 e il ritorno di Gualdo sotto Perugia, fu costruito il Cassero, sul quale ancora oggi compare il grifo perugino accanto all’emblema cittadino. All’inizio del XV secolo, Gualdo Tadino divenne Legazione Pontificia e la rocca, da struttura militare, fu convertita in residenza aristocratica sotto il Cardinal del Monte e il Cardinal Giovanni Salviati. In quel periodo ospitò Federico III d’Asburgo, Isabella d’Este, Lucrezia Borgia, Cesare Borgia e Clemente VII. Oggi, grazie a importanti interventi di restauro, dal 1999 ospita il Museo Civico della Rocca Flea.

A pochi passi da Spoleto, il bosco di Monteluco prende il nome dal latino “lucus”, con cui i Romani indicavano un bosco sacro dedicato agli dei, protetto da rigide norme come la Lex Luci Spoletina, una delle più antiche testimonianze epigrafiche romane relative ai sacri boschi. Questa legge, incisa su due cippi calcarei databili tra fine III e inizio II secolo a.C., fu scoperta lontano da Spoleto, ma gli originali si conservano nel Museo Archeologico Nazionale della città. La norma vietava di profanare il bosco e consentiva il taglio degli alberi solo nel giorno del sacrificio annuale. Con l’arrivo del cristianesimo, Monteluco divenne un rifugio ideale per la preghiera e il Bosco Sacro continuò a essere tutelato da varie disposizioni. Lo Statuto di Spoleto del 1296 proibiva il taglio degli alberi salvo autorizzazioni speciali, ma alla fine del XVI secolo i cittadini richiesero al Consiglio Comunale controlli tre volte a settimana per prevenire danni da tagli o pascoli abusivi. In questo modo la comunità ha preservato questo bosco nei secoli consentendone la conservazione rimasta pressoché intatta fino a oggi.

Realizzato a metà Ottocento dal marchese Francesco Ranghiasci Brancaleoni, il parco Ranghiasci riflette la tradizione paesaggistica anglosassone. Concepito come un vero e proprio giardino all'inglese in città, fu la moglie del marchese, Matilde Hobhouse, a influenzarne la realizzazione. Avanguardia pura per l'epoca cittadina, il Tempietto neoclassico riporta anche lo stemma della famiglia Ranghiasci, affiancato a quello dei Brancaleoni con la scritta “Virtus omnia vincit”. L'aggiunta di elementi estetici e architettonici e la cura per il verde - appositamente studiato per creare effetti diversi a seconda delle stagioni - ha nobilitato il viale da cui svetta anche la torre medievale, appartenente all'antico complesso di San Luca.

*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy