L'INTERVISTA
Marco Baldicchi
C’è un artista di Città di Castello tra i protagonisti delle iniziative culturali legate alle Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026: Marco Baldicchi, classe 1963, cresciuto tra botteghe di restauratori, studi di artisti e antiquari, porta la sua sensibilità visiva al centro di Neve, la mostra promossa da Le Belle Arti APS dal 4 al 28 febbraio 2026 all’Atelier della Fotografia della Stazione del Passante Ferroviario di Porta Venezia a Milano.
Un percorso che riunisce 83 artisti, chiamati a leggere le Olimpiadi attraverso la lente della contemporaneità, andando ben oltre il gesto sportivo. E l’opera di Baldicchi non passa inosservata: Fire Rings, una bandiera olimpica con i cinque cerchi bruciati, segnata da combustione e fuliggine, è un’immagine potente che parla di conflitti, devastazioni e contraddizioni globali. "Oggi nessuno dei cinque continenti è esente da guerre", racconta l’artista, spiegando il significato della sua opera.
Alla domanda "com'è nata questa opera d'arte?", Baldicchi parla di fermento interiore e intuizione: "All’inizio avevo deciso di non partecipare, poi l’idea mi è venuta in mente con chiarezza. Quando un concetto nasce dentro di me, non penso a tecnica o genere: uso ciò che serve per esprimerlo. Una volta ricamo, un’altra porcellana, un’altra ancora installazioni o sculture. L’arte è anche condivisione: collaboro infatti, con chi conosce i materiali meglio di me". E il significato, per colui che si pone davanti all'opera, è immediato: "I cinque anelli olimpici bruciati rappresentano le guerre presenti in tutti i continenti".
Un momento decisivo nella sua formazione è stato l’incontro con Nuvolo. Dal 1998, anno della sua prima mostra personale, Baldicchi entra in contatto con il Maestro, iniziando una collaborazione continuativa nel suo studio. Insieme realizzano libri d’artista, esposizioni e progetti culturali, e Baldicchi apprende una visione dell’arte come gesto vitale e testimonianza.
"Il mio percorso artistico si è sviluppato attorno al concetto di azione, gesti catturati da fotogrammi o video che diventano materiale per le mostre successive, affiancati a mezzi più tradizionali". La prima, Io alle mie comodità non ci rinuncio! – omaggio a Emilio Villa e dedicata a Nuvolo – si svolse il 21 maggio 2006 sotto il Ponte del Tevere a Città di Castello, poi esposta allo spazio Grifani-Donati. L’azione nasceva dai racconti di Villa, che dormiva per terra negli studi di Burri e Turcato o sotto i ponti di Roma, spesso con Nuvolo, usando come cuscino la valigia dei suoi scritti e dicendo: "Io alle mie comodità non ci rinuncio!". Da quel racconto nacque l’idea dell’azione: un gesto che intreccia memoria, storia e arte.
L’opera è un omaggio a Villa e a Nuvolo: un performer, dipinto di bianco e con una valigia come cuscino, riproduce la vita del poeta, dispersa tra i ponti di Roma e gli studi di Burri, Turcato e Nuvolo negli anni Cinquanta. Sul corpo del performer, Baldicchi traccia il testo di Villa, affidando alcune pagine alla corrente del fiume e completando così la mise en scène poetica e performativa.
L’azione trasforma la memoria in esperienza viva: il gesto effimero si fa materiale per fotografie, video e successive esposizioni, creando un ponte tra passato e presente. Con questo lavoro, Baldicchi non solo rende omaggio a Villa, ma esplora anche le possibilità della pittura e della performance, inserendosi in un dibattito contemporaneo sul rapporto tra arte, memoria e mito. L’opera si mostra così come un gesto lirico, sperimentale e insieme profondamente radicato nella tradizione artistica italiana, invitando lo spettatore a partecipare a un’esperienza poetica e riflessiva unica.
Per l'artista tifernate l’incontro con l’arte non ha un momento preciso: è qualcosa che lo accompagna da sempre, una presenza costante che ha segnato tutta la sua vita.
"C’è qualcosa che vorresti aggiungere prima di concludere la nostra intervista?"
"Vorrei chiudere con una frase di Salvador Dalì. Pensa un attimo all’Alta del Tevere e a tutti gli artisti che ci sono nati o che l’hanno attraversata… Dalì diceva che gli artisti sono come i funghi: rinascono sempre negli stessi posti". Ecco la sintesi del dialogo con l'artista tifernate: è così anche, per chi come noi, cerca di lasciare tracce nel mondo.
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