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La Repubblica dell’amore di Laurie Carezza di speranza in tempi di crisi

Solomeo Affascina e fa riflettere la performance della Anderson

31 Gennaio 2026, 17:34

La Repubblica dell’amore di Laurie Carezza di speranza in tempi di crisi

Trasformare la musica e la parola in un linguaggio totale e unico, capace di tenere insieme racconto personale, attualità, visione del mondo e indagine psicologica. Potrebbe sembrare impossibile. Ed invece ecco che una voce libera e necessaria come quella Laurie Anderson ci può riuscire molto bene. Affascina molto il suo Republic of Love, discorso-performance sullo stato dell’arte e del mondo in tempi di crisi.

La musicista, performer e scrittrice statunitense, affronta con lo spettacolo un viaggio lucido e personale attraverso le ombre del nostro tempo. Uno sguardo in prima persona che attraversa l’attualità con la lente dell’amore, offrendo la creatività come bussola per orientarsi nel presente. Sul palco del Teatro Cucinelli, per due serate, la Anderson è stata accompagnata dalla musicista Martha Mooke.

Due violini elettrici ad incontrarsi. Dai due strumenti nascono paesaggi sonori essenziali e stratificati, costruiti con grande precisione. I suoni, manipolati con sapienza, non cercano mai l’effetto, ma lavorano come una trama invisibile che sostiene la parola. La Anderson attraversa storie intime e riflessioni collettive senza mai creare fratture. Un ricordo personale può diventare improvvisamente una riflessione politica, una battuta ironica aprire a una considerazione più ampia sul linguaggio, sul corpo, sul tempo, sulla fragilità della mente.

Tutto scorre con naturalezza, come se ogni elemento fosse predisposto a incontrare l’altro. Nel flusso affiora anche John F. Kennedy, evocato attraverso una storia personale dell’artista che diventa subito confronto con il presente. Gli Stati Uniti sono una presenza centrale nello spettacolo, ma mai trattati in modo didascalico o polemico. Anche se Trump non viene mai citato, è dura la denuncia all’attuale governance. Anderson costruisce piuttosto una struttura di confronto sociale e filosofico, in cui passato e presente dialogano continuamenteIdeali, disillusioni, miti fondativi e crepe contemporanee vengono messi in relazione con uno sguardo lucido e controllato, che usa la memoria come strumento critico e non come nostalgia. In questo tessuto si inseriscono altre presenze, grandi musicisti e scrittori, mai come citazioni isolate ma come parti vive di un discorso unitario.

Il “detective dell’amore” Sigmund Freud, il “cantore dei perdenti” Bob Dylan (“prima o dopo siamo tutti perdenti” ricorda Laurie), ma anche William S. Burroughs, Allen Ginsberg (“America perché le tue biblioteche sono piene di lacrime?”), John Cage, Gertrude Stein e soprattutto la voce di Lou Reed: tutti attraversano lo spettacolo senza creare discontinuità. La voce di Reed, marito e compagno artistico, non è richiamo celebrativo, ma elemento attivo di una riflessione che continua a interrogare il presente. Anche l’apparato visivo segue la stessa logica. Il grande fondale non illustra né spiega. Scritture, segni, fulmini, volti che emergono e si dissolvono costruiscono una seconda linea di pensiero, autonoma e complementare, che accompagna lo spettatore senza guidarlo.

Il finale è uno dei momenti più significativi. L’artista invita il pubblico a partecipare a una breve pratica di Tai Chi, disciplina che era amata anche dal marito. I movimenti sono incerti, l’imbarazzo del pubblico è evidente, ma il gesto funziona. Non come esercizio fisico, bensì come metafora. Si esce dal teatro con una percezione chiara. Nonostante tutto, nonostante il rumore e le fratture del presente, il mondo conserva una possibilità. Non come promessa astratta, ma come responsabilità condivisa. In Republic of Love la speranza non viene proclamata. Prende forma. E diventa, senza enfasi, una pratica comune. E perché “pure poche parole possono cambiare una vita”. E perché no, anche un semplice atto creativo.

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