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All’ingresso di Porta Romana, tra mappe, dépliant e voci di viaggiatori, a Foligno oggi c’è anche uno sguardo che interroga. È quello di San Francesco d’Assisi, scolpito in acciaio forgiato e bronzo, che accoglie i visitatori nell’ufficio informazioni e accoglienza turistica. Un’opera che non passa inosservata, realizzata per gli ottocento anni dalla morte del Santo, ma che va oltre la semplice celebrazione: è un gesto artistico, civile e profondamente personale. A firmarla è Francesco Fratini, scultore, attore e regista, figura poliedrica della scena culturale umbra. Un artista che con il ferro e il bronzo racconta storie, imprime memorie, dà forma a identità collettive. Non è la prima volta che il suo lavoro incrocia luoghi e ferite della storia: sua è la figura stilizzata di donna che compone il monumento ai caduti di Collecroce di Nocera Umbra, memoria scolpita dell’eccidio del 17 aprile 1944; sua anche la statua di Santa Angela da Foligno, custodita nella chiesa di San Francesco.
Quella dedicata al Poverello, però, è forse l’opera più intima. “L’ho creata a mia immagine e somiglianza”, racconta Fratini. Stessa altezza, stesse mani, stessi piedi, persino le orecchie: un corpo che diventa misura, un’identificazione fisica e spirituale con il Santo. La scultura, realizzata alcuni anni fa durante il periodo di insegnamento a Nocera Umbra, viene esposta per la prima volta allo Iat di Foligno. È interamente lavorata a mano, con martello, scalpello e forgia. Mani, piedi e orecchie sono stati fusi all’Istituto tecnico di Foligno, storica eccellenza della fonderia, dove è avvenuto anche l’assemblaggio finale.
Per le fusioni Fratini ha scelto una tecnica antichissima, quella della cera persa, la stessa codificata da Benvenuto Cellini. Un sapere tramandato nei secoli, restituito oggi con rigore e rispetto. Alla realizzazione dell’opera hanno collaborato anche diversi studenti, coinvolti non solo nella pratica scultorea, ma nello studio della figura di Francesco. In particolare gli allievi di Nocera Umbra, luogo che il Santo raggiunse ormai stremato e quasi cieco, in cerca di un clima più salubre, fermandosi a Bagnara prima che una scorta di cavalieri lo ricondusse ad Assisi.
La storia di Fratini è quella di un artigiano colto e di un artista inquieto. Per anni ha insegnato tecnica dei materiali all’istituto per geometri. La passione per la scultura nasce nel 1976 e, dopo quattro anni di sperimentazioni, approda al pubblico: nel 1979 espone alla XXII edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Da lì, un percorso fatto di rassegne e mostre in tutta l’Umbria. Il padre, artigiano del legno, è stato probabilmente il primo maestro: da lui Fratini ha appreso il rispetto per la materia e il senso del fare. Oggi sta lavorando a una nuova scultura dedicata a una donna. Non un omaggio celebrativo, ma una denuncia: una riflessione dura e necessaria sulla violenza che ancora colpisce le donne. Un’opera che promette di restituire una sofferenza fisica quasi tangibile, trasformando il dolore in linguaggio artistico e in atto di accusa verso un fenomeno che affonda le radici nella società.
Accanto alla scultura, un’altra grande passione accompagna Fratini da sempre: il teatro. Nel 1972 frequenta la scuola di recitazione diretta da Alessandro Fersen. Due anni dopo dà vita alla sacra rappresentazione del Venerdì Santo nella frazione di Fiamenga, di cui è tuttora regista. Lavora anche nel cinema, collaborando con registi come Michelangelo Antonioni, e studia canto lirico a Perugia con il tenore Renato Ercolani. Acciaio, bronzo, voce e scena: linguaggi diversi per un unico obiettivo. Raccontare l’uomo, la sua fragilità, la sua memoria. Anche quando assume il volto, severo e umano insieme, di san Francesco.
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