foligno
La storia dell’ospedale di Foligno, che oggi compie i suoi primi 20 anni, e quella del dottor Mauro Zampolini - già direttore del San Giovanni Battista, oggi direttore della struttura complessa di Neurologia del nosocomio oltre che direttore del dipartimento di Riabilitazione della Usl Umbria 2 e presidente europeo della Uems-Prm Section (Specialistica medica riabilitativa) - vanno di pari passo. Perché dal taglio del nastro del 28 gennaio 2006 ad oggi, non c’è stato un giorno in cui il professionista folignate non abbia messo piede all’interno dell’ospedale. “Sono entrato al vecchio ospedale un mese prima della sua chiusura e del trasferimento, mi ricordo che allora c’era molto fervore perché il nuovo nosocomio aveva delle caratteristiche completamente diverse rispetto al passato. Parliamo di un ospedale aperto, con un ingresso alberghiero. Agganciato a questo c’era l’idea di una nuova sperimentazione, che era l’ospedale a intensità di cura”.
Cosa prevedeva questo sistema?
"Il fatto che non c’erano più dei reparti specifici, ma organizzati in base all’intensità di cura. Si promuoveva questa attività interdisciplinare che è stata una sperimentazione iniziata appunto nel 2006 con l’apertura del nuovo ospedale, ma che poi in realtà è un po’ scemata perché forse non erano tempi maturi per fare questa cosa. Ma di sicuro lo spirito di collaborazione tra professionisti e il concetto di umanizzazione verso i pazienti è rimasta. Pensiamo, per esempio, al fatto che abbiamo aperto la rianimazione alla visita delle persone, che ancora possono entrare dai propri pazienti."
Crede che oggi quel modello che poi, come ha detto lei, è andato un po' scemando si potrebbe riproporre oppure sono cambiati i tempi, l’approccio e quindi è giusto essere tornati a una settorizzazione?
"I tempi sono sicuramente cambiati. Anche se magari il modello a intensità di cura sarà difficile riproporlo, la promozione della collaborazione tra le parti con il paziente al centro sono una cosa assolutamente da potenziare."
Secondo lei, come dovrebbe essere inserito l’ospedale di Foligno nella rete sanitaria dell’Umbria?
"Premetto che parliamo di una mia opinione. Il progetto del Terzo polo può essere riconvertito come schema di collaborazione tra Foligno e Spoleto, entità che dovrebbero sempre più collaborare."
In che modo?
"Il San Giovanni Battista dovrebbe essere più spostato verso gli interventi più acuti, il San Matteo degli Infermi più sugli interventi programmati, compresa la riabilitazione cardiologica che potrebbe essere una novità utile anche per Spoleto. Foligno comunque, nell’ambito dell’emergenza-urgenza, non deve essere una cosa in più alle due aziende ospedaliere, ma si dovrebbe integrare."
Come può farlo?
"Non deve fare le cose che fanno le aziende ospedaliere che sono di secondo livello, ma integrarsi fortemente nelle attività. Mi spiego meglio: Foligno potrebbe fare delle attività che fa anche l’azienda ospedaliera, ma che sono di minor livello e integrate con l’azienda ospedaliera in maniera tale che quest’ultima si sgravi un po’ di attività. In questo modo, noi possiamo aiutare l’azienda ospedaliera: quello che io immagino è una forte integrazione con le realtà di Perugia e Terni."
Per quanto riguarda i suoi 20 anni all’interno dell’ospedale, lei lo ha diretto forse nel periodo più difficile, che è quello della pandemia da Covid 19. Che ricordo ha?
"Ci siamo trovati davanti a delle situazioni veramente complicate. Il dover riarrangiare i reparti in base all’andamento del Coronavirus è stato molto difficile. Ma c’è stata una grandissima resilienza da parte di tutto il personale sanitario. Se c’è una cosa che il Covid ha fatto è l’aver cementato la collaborazione tra professionisti, perché sono stati periodi veramente duri con pazienti che morivano quotidianamente. Avevamo la necessità ovviamente di difenderci dall’infezione e allo stesso tempo dovevamo curare chi l’aveva e proteggere chi veniva ricoverato per altre patologie, però ecco il dato positivo è che c’è stato un grande spirito di sacrificio da parte del personale e questo ha cementato i rapporti."
Con il Covid, e dopo il Covid, è cambiato anche il modo in cui i pazienti si approcciano alla medicina e agli ospedali più nello specifico?
"C’è sicuramente stato un cambiamento totale. Prima del Covid, l’ospedale di Foligno così come gli altri nosocomi regionali erano in un certo senso gestibili per quanto riguarda i posti letto. Oggi invece c’è un iperafflusso al pronto soccorso, soprattutto da parte di persone anziane che portano a un continuo sovraffollamento degli ospedali, al di là anche dei picchi di influenza. Purtroppo, in questi casi, si deve ricorrere anche alle barelle nei reparti."
Ma come si può gestire una situazione del genere?
"Non tanto aumentando i posti letto in ospedale, quanto potenziando le attività territoriali. Bisognerebbe evitare che l’anziano con una polmonite semplice possa venire in ospedale per essere curato, quando invece potrebbe bastare una cura a domicilio o comunque all’interno di strutture territoriali. Questo è fondamentale, perché altrimenti l’ospedale funziona male."
Per un paziente però non è semplice rispondere alla domanda “quando devo andare in pronto soccorso? E quando invece non c’è questa necessità?”...
"Certo, e infatti il ruolo del medico di base deve essere il primo riferimento per il paziente. Sostanzialmente il paziente dovrebbe chiamare il proprio medico di base che poi gli dice cosa fare, ma non è semplice vista anche la carenza di queste figure. L’altro aspetto è che se ci fossero delle case di comunità funzionanti - e mi sembra che si stia andando verso questa direzione - queste non dovrebbero servire solamente per fare il vaccino, ma anche per delle cure a tutte gli effetti. In questo modo, se io non trovo il medico di base posso andare nella casa di comunità dove ci saranno dei professionisti che mi possono curare senza dover aspettare ore ed ore in pronto soccorso visto che il mio codice di accesso sarebbe molto basso. Sarebbe un modo per evitare queste attese, ma mi sembra che la Regione stia lavorando proprio sotto questo punto di vista."
Tornando all’ospedale San Giovanni Battista: c’è qualcuno che vorrebbe ringraziare per quanto fatto in questi 20 anni?
"Chi all’epoca aveva strutturato tutto. Quindi il direttore generale della Usl, Walter Orlandi, i direttori sanitari Sandro Fratini ed Emilio Duca, il direttore amministrativo Nadia Antonini e il direttore della logistica Emanuela Pioppo. Un ringraziamento in particolare va al ruolo dei tecnici e degli infermieri. Ma in generale, vorrei ringraziare tutto il personale che all’epoca è stato trasferito da un giorno all’altro: è stato veramente un miracolo."
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