L'intervista
Monia Venturini inviata a New York
Vivere tra Assisi, Roma e New York per fare il lavoro più bello del mondo non è cosa per tutti. Lo sa bene Monia Venturini, giornalista del Tg1, caposervizio della sezione Esteri, nata e cresciuta nella città di San Francesco e poi inviata negli Stati Uniti, prima di fare rientro nella capitale dove oggi fa base. “Sono stata fortunata, sono tre città bellissime”, racconta Monia mentre è in viaggio per la sua casa in Umbria assieme al marito Gerardo Greco, anche lui giornalista a La7.
- Ma è vero che vi siete conosciuti proprio ad Assisi per lavoro dopo il terremoto del ’97?
Sì, era la primavera del 1998. Io ero iscritta al terzo biennio della scuola di giornalismo di Ponte Felcino e collaboravo con il Messaggero. Mio marito aveva fatto il primo biennio e quando ci fu il terremoto già lavorava per il giornale radio, per cui lo mandarono a seguire il sisma. Ci incontrammo e mi chiese alcune informazioni tramite un amico che avevamo in comune. Da allora diciamo che si è appiccicato (ride, ndr).
- Fare la giornalista inviata in giro per il mondo è sempre stato il suo desiderio?
L’illuminazione ce l’ho avuta il 10 novembre 1989. Ero appena tornata da scuola, frequentavo il quinto anno del liceo classico Properzio ad Assisi, e ricordo che i miei genitori stavano guardando il Tg2. In onda, davanti al Muro di Berlino caduto il giorno prima, c’era una ragazza giovane con i capelli rossi che stava raccontando un pezzo di storia. Lei era Lilli Gruber, io mi dissi che quel lavoro era meraviglioso e pensai che, dieci anni dopo, avrei potuto fare lo stesso. Fortunatamente in poco tempo ha aperto la scuola di giornalismo a Ponte Felcino, a due passi da casa mia visto che abitavo a Petrignano. Ho fatto, il concorso, mi hanno preso ed eccoci qua.
- Oggi di cosa si occupa?
Sono caposervizio agli Esteri al Tg1, che è una cosa molto faticosa soprattutto in questo momento, visto che da un anno e mezzo gran parte del telegiornale è “roba nostra”. Faccio molto lavoro di desk, devo scrivere tutti i lanci, impostare i pezzi dei colleghi inviati in giro per il mondo. Non mi si vede molto, ma quando succede faccio cose che mi divertono.

- La chiamata di Mamma Rai è arrivata subito dopo la scuola?
Durante la scuola collaboravo con il Messaggero, poi ho iniziato con la Rai anche se non mi hanno assunto subito, ho fatto alcuni anni al Tg2 e poi al Tg3. Quindi nell’estate del 2001 mio marito, che era redattore del giornale radio, è stato mandato a New York perché la sede era completamente sguarnita. Poi c’è stato l’11 settembre ed è rimasto lì per 13 anni. Io per un periodo ho fatto avanti e indietro, ero ancora precaria, poi nel 2003 sono partita per gli Stati Uniti e ci sono rimasta fino al 2011. Nostro figlio Bernardo è nato a New York nel 2006. In quegli anni collaboravo sempre con il Tg3 e con Rai Internazionale, poi sono tornata perché fare la collaboratrice era diventato difficile e mi hanno assunto.
- E’ più bello vivere ad Assisi, a Roma o a New York?
E’ difficile rispondere, credo siano le tre città più belle del mondo, almeno per me, anche se molto diverse. Passare da Assisi a New York è stato uno shock culturale incredibile e meraviglioso, ma anche tornare a Roma è stato bellissimo.
- C’è un evento in particolare che ha seguito da inviata e che le è rimasto impresso?
La cosa più bella l’ho fatta durante la seconda campagna elettorale di Trump. Ho fatto un viaggio on the road gli ultimi giorni prima del voto assieme al cameraman e alla mia producer. In macchina siamo partiti da Detroit, intervistai la comunità islamica e capii che avrebbe vinto Trump, perché se anche gli islamici votavano per lui non c’era storia. Poi siamo scesi fino a Pittsburgh, in Pennsylvania, lo Stato più in bilico di tutti. E’ stata un’esperienza indimenticabile e, a tratti, anche spaventosa, perché i risultati fanno paura.
- E in negativo?
Nel 2022 andai a seguire la conferenza delle Nazioni Unite sul clima a Sharm El Sheikh e venni interrotta durante una diretta perché non ero autorizzata a farla in quel posto. In Egitto, a differenza che da noi, per usare una telecamera servono dei permessi speciali. In quel momento non ero nel perimetro delle Nazioni Unite, mi trovavo nel mio resort, e sono stata interrotta. Devo dire che mi sono sentita minacciata, l’episodio mi ha segnato molto e adesso non ho più voglia di andare a lavorare in posti così, tant’è che nell’estate del 2024 mi chiesero di andare a seguire le elezioni in Iran all’ultimo momento e a me non andava. Chiesi il visto ma fortunatamente il cameraman non riuscì ad ottenerlo in tempo e quella trasferta saltò. Pochi mesi dopo, senza motivo, in Iran hanno arrestato Cecilia Sala.

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In guerra è mai andata?
No, perché non ho il profilo da inviata di guerra, però nel 2023 sono stata a Kiev e Bucha insieme a padre Enzo Fortunato. Lui ha fatto una missione per portare aiuti a un anno dalla strage di Bucha ed è stata una settimana molto emozionante.
- Come si coniuga la vita di coppia con un marito che fa lo stesso lavoro?
Forse un giornalista può sposarsi o mettere su famiglia solo con un collega, perché nessun altro capirebbe alcune “non libertà”, il dover essere sempre pronto a interrompere ogni momento libero, ogni vacanza, per raccontare quello che succede.
- E’ mai successo?
Sì, ero ad Assisi quando è morto Papa Francesco il 21 aprile, il giorno dopo è il mio compleanno e io mi ero presa qualche giorno libero. A Pasquetta sarei dovuta andare a pranzo in un bellissimo posto a Lisciano Niccone dove non riuscivo a prenotare. Invece la mattina mi ha chiamato il caporedattore e mi ha detto di tornare a Roma, visto che avevo seguito tutto il periodo di malattia davanti al Gemelli. Idem quando due anni fa spararono a Trump: mi chiamò nel cuore della notte per dirmi di partire per la Pennsylvania. Diciamo che Assisi è un buen retiro, ma non al sicuro dal mio caporedattore (ride, ndr).
- C’è un posto speciale in cui, nel caso il suo caporedattore la dovesse chiamare nel cuore della notte, andrebbe volentieri?
Sono stata qualche tempo fa a Cuba quando si è aggravata la situazione umanitaria, ho un cugino che vive lì. Se dovesse succedere qualcosa mi piacerebbe andare, ed è probabile che succeda visto che Trump l’ha messa in agenda.
- E la Groenlandia?
E’ appena andato un mio collega, Giuseppe Rizzo: ha detto che è stato molto complicato raggiungerla. Sarei andata volentieri, è un posto particolare, molto freddo, ci sono solo tre ore di luce al giorno e fare la diretta non è semplice. In generale, mi piacerebbe tornare a viaggiare nel Nord Europa, ho dei ricordi molto belli di uno Speciale Tg2 fatto in Svezia.

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