PERUGIA
“Un aspetto difficilmente controvertibile di questa riforma costituzionale è il suo aspetto divisivo e non teso ad una sintesi rappresentativa delle diverse opinioni. Se non si fosse accelerato o, meglio, evitato il dibattito parlamentare si sarebbe potuto, almeno in ipotesi , convergere su alcune soluzioni, quali ad esempio, la creazione all’interno dell’unico CSM di sezioni specializzate per requirenti e giudicanti, senza la costosa moltiplicazione dei CSM, ipotizzare forme di sorteggio temperato, senza l’esclusione totale dell’elezione diretta dei membri togati, e la creazione di un’Alta Corte disciplinare per tutte le magistrature, come in qualche misura ipotizzato nella Commissione “Luciani”. E’ quanto ha dichiarato, nel suo intervento al convegno “Separazione delle carriere: Le ragioni della Riforma” il procuratore generale della Corte d’appello di Perugia, Sergio Sottani. “La separazione delle carriere - ha aggiunto - è una formula limitativa della riforma di cui si discute. La riforma di cui si discute in realtà interviene sull’architrave posta a fondamento costituzionale dell’autonomia del potere giudiziario da quello politico, rappresentato dal CSM, e scardina uno dei quattro chiodi, quello disciplinare, indicato dai padri costituenti come una delle garanzie dell’autonomia ed indipendenza della magistratura.
Ciò significa che della riforma non debbano parlare soltanto i tecnici specialisti, ma anche e soprattutto tutti coloro che hanno a cuore l’assetto costituzionale e quindi le sorti della nostra democrazia. Per questo mi sfugge il senso della polemica che è stata innescata nei confronti dell’intervento di un noto divulgatore storico che, in pochi minuti, ha espresso legittimamente la sua opinione. Secondo alcuni suoi denigratori, uno studioso di storia non dovrebbe intervenire su un tema squisitamente giuridico. In realtà non si parla solo di tecnicismi giuridici, ma si affronta il cuore pulsante della giurisdizione e quindi della democrazia. Io credo che non siamo in presenza del referendum costituzionale di 80 anni fa che ci imponeva la scelta tra rimanere sudditi o diventare cittadini. Tuttavia in un tema così delicato come quello dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, si sarebbe dovuto raggiungere un compromesso a livello legislativo e non dividere, inevitabilmente, la società con un referendum che con la sua semplificazione tra “sì” o “no” inevitabilmente corre il rischio di banalizzare, in tempi di potere social, un tema complesso. Questa contrapposizione determina almeno tre conseguenze pericolose: si sottopone una delicata questione costituzionale, che meriterebbe un attento esame, ad un pubblico che non necessariamente è correttamente informato. Sotto altro aspetto, il dibattito referendario assume inevitabilmente una connotazione politica nel senso di attribuire all’esito del voto un significato sul gradimento dell’attuale governo e sulla forza dell’opposizione. E’ fin troppo evidente - ha concluso - che la magistratura ha tutto il diritto di esprimere le proprie opinioni, pur nei limiti della continenza dei contenuti e del garbo delle espressioni, ma deve rimanere assolutamente estranea a qualsiasi collegamento con le forze politiche, di maggioranza o di minoranza”.
*Iscrivendoti alla newsletter dichiari di aver letto e accettato le nostre Privacy Policy