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Economia

Commercio, i numeri del declino: crollano i negozi con 462 aziende in meno

Camera di commercio dell’Umbria: "Le chiusure superano nettamente le nuove aperture"

Alessandro Antonini

26 Gennaio 2026, 19:26

Commercio, i numeri del declino: crollano i negozi con 462 aziende in meno

Calano i negozi in Umbria e anche gli stipendi medi degli addetti del commercio soffrono. La fotografia impietosa del settore arriva dal combinato disposto di due dossier: quello della Camera di commercio dell’Umbria che fa il bilancio delle imprese aperte e chiuse nell’ultimo anno e l’analisi dell’Aur, l’Agenzia Umbria ricerche, sui salari di settore. Nella crescita (nel complesso) seppur limitata delle imprese regionali tra il 2023 e il 2024, crolla il settore del commercio. Il Cuore verde tra il 2024 e il 2025 - secondo il report Infocamere–Camera di commercio dell’Umbria - fa contare 273 imprese in più, nel totale, pari a una crescita dello 0,3%, a fronte di una media nazionale dello 0,96%. Ma se si va a scandagliare la parte relativa ai negozi, il più diventa meno. “Al netto della crescita delle imprese non classificate, il dato più rilevante è il forte calo del commercio: tra il 2024 e il 2025 si contano 462 imprese in meno, di cui 315 in provincia di Perugia e 147 in quella di Terni. Le chiusure superano nettamente le nuove aperture”, riferisce l’ente camerale.

Domanda debole

A incidere sono “la ristrutturazione in atto nel settore e una domanda ancora debole, nonostante la spinta del turismo. Nel 2025 in Umbria i consumi pro capite crescono dell’1,1% rispetto all’anno precedente: un aumento modesto se confrontato con l’incremento dei costi sostenuti dalle imprese, ma in linea con la media nazionale”. Continua anche la flessione del manifatturiero, che perde 172 imprese (-154 a Perugia e -18 a Terni). Frenano le costruzioni (-54 imprese) e arretrano i servizi immobiliari. A sostenere il bilancio complessivo è invece il resto del terziario, che registra un aumento delle attività.

Salari bassi

Il commercio umbro, secondo l’Aur, si colloca su un “sentiero di salari unitari contenuti e di maggiore intensità lavorativa, una combinazione tipica dei settori a basso valore aggiunto per addetto. Infatti, i livelli retributivi risultano mediamente inferiori rispetto all’Italia: nel 2024 una giornata di lavoro viene pagata 81,8 euro, il 9,4 per cento in meno rispetto alla media nazionale del settore (90,3 euro). Tuttavia, il maggiore numero di giornate lavorate in Umbria (267 nell’anno contro 261) riesce a compensare, anche se solo parzialmente, il gap retributivo territoriale in termini annui, che scende al 7,3 per cento (21.849 euro contro 23.577 euro)”. La fotografia per qualifica mostra che il divario Umbria-Italia non è uniforme. Operai e apprendisti presentano in Umbria retribuzioni medie annue superiori ai livelli nazionali (rispettivamente +6,8 e +6,2 per cento), anche grazie a un numero leggermente più elevato di giornate retribuite. Per converso, gli impiegati e soprattutto i quadri e i dirigenti registrano penalizzazioni molto ampie: per i quadri, il divario supera il 40 per cento rispetto al dato italiano, sottendendo una scarsa valorizzazione delle competenze manageriali e un ridotto peso delle funzioni strategiche e di coordinamento.

Mix di fattori

Per l’Agenzia Umbria ricerche “la penalizzazione retributiva dei dipendenti umbri nel commercio è riconducibile a diversi fattori che hanno a che fare con la configurazione delle qualifiche, la qualità organizzativa delle imprese e la valorizzazione delle posizioni medio-alte. In altre parole, il divario Umbria-Italia deriva da una composizione professionale sfavorevole, che presenta una maggiore concentrazione nelle qualifiche a basso salario e una ridotta presenza di ruoli impiegatizi e manageriali. Tutto ciò segnala una minore complessità organizzativa e una debole domanda di competenze avanzate”. Questo profilo è coerente con “un tessuto produttivo frammentato, a bassa capitalizzazione e con limitate economie di scala, in cui il lavoro qualificato non è un fattore centrale di competitività”. Una dinamica che nel medio periodo rischia di alimentare un “circolo vizioso di selezione avversa”: difficoltà ad attrarre profili qualificati, minore capacità di innovazione organizzativa e ulteriore compressione del valore aggiunto.

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