L'INTERVISTA
La storia di Roberto Damaschi si snoda con leggerezza dallo sport all'imprenditoria, passando per eventi tradizionali, sociale e territorio, seguendo sempre una traccia comune: l'attaccamento profondo all'Umbria e alla sua storia.
- Cominciamo dal calcio: che significato ha avuto per lei assumere la guida del Perugia e riportarlo in campo dopo un periodo complicato?
Quando abbiamo rifondato il Perugia — nel 2010 — è stato un momento di grande responsabilità, ma anche di grande speranza per la città. Non si trattava solo di far rivivere una squadra, ma di dare un segnale di rinascita. Credo che in quei mesi la parola d'ordine sia stata “umiltà”: ricostruire con serietà, cercare di unire tifosi, società, città. E' stato un onore riportare il nome di Perugia in campo e vedere la passione e l'orgoglio della gente, qualcosa di molto forte. Io, da sempre stratifoso del Grifo, ci sono riuscito. E lo dico sempre: se ho fatto qualcosa di bello nella vita, al di là dei figli e la famiglia, è stato quel Perugia. Che era una vera famiglia, con giocatori veri in campo. Ancora oggi mi sento con Frediani, il mio giocatore preferito. E non dimentico Alvaro Arcipreti, Loris Gervasi, Renzo Luchini e Ilvano Ercoli con i quali ho condiviso quel periodo. Ci ho messo la faccia, senza compromessi, a costo di farmi qualche nemico.
- Poi, però, cosa è successo?
Con l'arrivo dei soci Moneti e Santopadre ci sono stati un paio di mesi di attriti, ma poi si è risolto tutto. Massimiliano era animato da grandi propositi e voleva riportare il Grifo in serie A a fare il derby con la Roma. Progetti importanti che io non potevo sostenere. Sonno stato onesto e me ne sono andato. E comunque devo dire che Santopadre ha tenuto la squadra in B per tanti anni e anche a buoni livelli.
- Il Grifo di oggi?
Difficile da capire. Mi limito ai fatti: l'attuale proprietà ha speso tanto, male ma tanto. Ora ha azzeccato la mossa della peruginità chiamando Tedesco, Novellino e Gaucci. Il resto lo vedremo a breve.
- Ora il suo impegno è con il Comitato Regionale Umbro della LND. Cosa l'ha spinta ad accettare questa nuova sfida?
Quando nel 2022 Luigi Repace, un grande amico, mi ha proposto la nomina come consigliere del CRU l'ho accolta con grande responsabilità e anche un po' di umiltà — come avevo già detto all'epoca. È per me la prima esperienza ufficiale in un organo che rappresenta e coordina il calcio dilettantistico in tutta l'Umbria. Credo molto nel valore del calcio come motore sociale, non solo sportivo. Il mio obiettivo è contribuire a un calcio umbro sano, radicato nel territorio, attento ai valori di comunità e partecipazione. Ma non dimentico nemmeno le esperienze con i club: il Taranto (seppur brevissima in una piazza fantastica), i 4 anni di Foligno (la mia pecca, anche se sono sempre stato osteggiato da tutti), Spoleto e Assisi.
- Accanto al calcio, c'è però un'altra sua grande passione. Ci può raccontare come è nata la sua avventura con la Festa della Cipolla di Cannara?
La Festa della Cipolla è qualcosa che va oltre la semplice manifestazione enogastronomica. Per me rappresenta il legame profondo tra terra, persone e tradizione. Quando ho assunto l'incarico di presidente (che vuole dire fare tutto, anche il segretario) dell'Ente Festa (ereditato dalla mia ex moglie Lorena Felicetti) ho creduto subito nel valore del progetto: valorizzare un prodotto locale con rispetto, qualità e senso di comunità. Durante gli anni (30 edizioni) la Festa è cresciuta: non è più solo cibo, ma musica, spettacoli, cultura, turismo. È diventata un'occasione di aggregazione, di promozione del territorio.
- Negli ultimi tempi la Festa ha raggiunto dei numeri molto importanti. Quanto influisce secondo lei la qualità dell'offerta — sia culinaria che organizzativa — sul successo dell'evento?
Tantissimo. La Festa — come dico spesso — non è una manifestazione che dura solo 10-12 giorni: è il risultato di un lavoro iniziato mesi e mesi prima, con coltivatori, produttori, volontari, chef, organizzatori. Ogni dettaglio conta: dalla selezione delle cipolle, alla presentazione dei piatti, all'accoglienza del pubblico. Quando vedo migliaia di persone arrivare (l'ultima edizione, la numero 39, ha toccato quota 130 mila), apprezzare il cibo, applaudire, godersi la festa, mi rendo conto che la qualità paga sempre — non solo in termini economici, ma anche di immagine, di fidelizzazione, di valorizzazione del territorio. E quando la festa contribuisce anche a iniziative sociali o benefiche — (la costruzione del campo di calcio a 5, le donazioni ad Aucc e Serafico) — per me è un'ulteriore conferma che stiamo facendo qualcosa di importante.
- A proposito di qualità e territorio: come si integra in tutto questo l'attività ristorativa con “La Locanda del Cardinale” ad Assisi?
La Locanda del Cardinale è per me un luogo dove coniugare tradizione, cultura, storia e alta gastronomia. E' nato tutto per passione e diventato poi lavoro. Abbiamo sempre cercato di offrire piatti che raccontano l'Umbria — i suoi sapori, le sue radici — in un contesto curato, elegante, accogliente nella domus romana che ha affascinato persino Piero Angela. E l'attenzione non è solo al gusto, ma anche all'ospitalità, alla valorizzazione dei prodotti locali, alla cura dell'esperienza. Negli anni, grazie anche all'impegno del nostro staff e degli chef, la Locanda ha ricevuto riconoscimenti importanti: questo conferma che si può fare impresa rispettando le identità locali e puntando all'eccellenza.
- Calcio, territorio, enogastronomia, cultura: c'è un filo conduttore che per lei li unisce?
Sì, e quel filo è la comunità. Per me tutto parte dalla passione per le persone, per la terra, per la storia. Che sia nello sport, nella festa, nella ristorazione: l'obiettivo è sempre lo stesso — creare luoghi di aggregazione, identità, orgoglio. Vedere una comunità unita, attiva, orgogliosa delle sue radici e capace di valorizzarle: questo è il mio motore. Credo che con umiltà, dedizione e visione si possa costruire qualcosa di concreto per l'Umbria, per chi ci vive, per chi ci visita.
- Guardando al futuro: come vede i prossimi anni per il calcio regionale, per la Festa della Cipolla e per la sua attività ristorativa?
Per il calcio regionale — grazie al ruolo nel CRU — spero in una crescita delle società dilettantistiche (dobbiamo sostenere con forza i presidenti), dei giovani (per toglierli dalle distrazioni della strada) e più qualità organizzativa: il calcio deve restare popolare, radicato, ma con strutture sane e progetti seri.
Per la Festa della Cipolla: continuare a migliorarla nella qualità (i numeri sono già straordinari), mantenendo la tradizione ma anche innovando. Voglio che resti un punto di riferimento non solo per Cannara, ma per tutta l'Umbria.
Per la ristorazione: continuare a puntare su qualità, ospitalità e autenticità. Voglio che la Locanda sia — come già è — un luogo di incontro, di memoria, di gusto. E che contribuisca a promuovere un'Umbria autentica, capace di offrire esperienze vere in un contesto dove, per crescere, serve fare rete tra le città. Perché L'Umbria ha tutto e sicuramente nulla ha da invidiare alla Toscana, ma credo che (con l'Abruzzo, altra regione fantastica) sia ancora sottostimata.
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