Attualità
Francesco Pratesi, presidente di Italia Nostra Toscana, ha combattuto e combatte importanti battaglie ambientaliste nella sua regione. Figlio di Fulco Pratesi, fondatore del Wwf Italia, scomparso lo scorso anno, ha la salvaguardia del patrimonio naturalistico nazionale nel Dna. E non è servito molto per gettare lo sguardo al di là del confine toscano per prendere posizione, netta, riguardo al discusso parco eolico Phobos. In settimane in cui si susseguono evoluzioni e “colpi di scena” sull’iter autorizzativo, Pratesi ha esposto il suo parere in questa intervista rilasciata al Corriere dell’Umbria. Partendo proprio dai recenti sviluppi.
- La Regione Umbria non si è presentata all’udienza che era stata fissata il 13, pur essendosi costituita in giudizio, ritenendola superflua alla luce della sentenza del Consiglio di Stato. Una scelta legittima?
No, è una scelta politicamente e istituzionalmente inspiegabile. È vero che le possibilità di successo in quella sede erano limitate, ma non presentarsi affatto significa uccidere quelle poche chances in culla.
Quando un’istituzione decide di costituirsi in giudizio, assume un impegno verso i cittadini. Ritirarsi di fatto dal campo, proprio nel momento in cui sarebbe stato necessario dimostrare attenzione e determinazione, non è un bel segnale.
- La Regione Umbria ha ancora carte da giocare?
Sì, per sua fortuna, in relazione a questo ricorso, il Tar ha rinviato l’udienza al 27 gennaio e dunque la Regione avrebbe ancora la possibilità non solo di presentarsi ma di depositare preliminarmente delle memorie. Dopodiché un altro strumento è l’annullamento del progetto in autotutela, alla luce dei pesanti rilievi di illegittimità. Naturalmente è una scelta rischiosa ma ne vale senz’altro la pena.
- Questo episodio riaccende anche il tema di un territorio ternano spesso trascurato?
Certainmente. La Provincia di Terni si sente da tempo la “cenerentola” dell’Umbria, e vicende come questa rafforzano quella percezione. È come se alcune aree non fossero considerate strategiche, quando invece custodiscono patrimoni unici. Orvieto non è periferia: è un luogo che appartiene alla storia e all’identità dell’intero Paese.
- C’è poi un aspetto che molti cittadini faticano a comprendere: la sentenza ha di fatto rimesso in vita un progetto che sembrava definitivamente bocciato.
Ed è uno degli elementi più sconcertanti di tutta la vicenda. Il progetto Phobos era stato bocciato in Conferenza dei Servizi dalla stessa Regione Umbria, dai Comuni interessati e dalle Soprintendenze.
Parliamo quindi di un diniego chiaro e motivato, espresso da tutti i soggetti chiamati a tutelare territorio, paesaggio e beni culturali. Eppure, una sentenza del Consiglio di Stato, ripescando un’inerzia del 2023 da parte della precedente Giunta Regionale ed il conseguente “silenzio-assenso”, ha finito per resuscitare un progetto che era stato respinto dall’intero sistema delle istituzioni territoriali.
- Che messaggio passa ai cittadini quando accade qualcosa del genere?
Passa un messaggio scoraggiante: che il parere delle comunità locali, degli enti territoriali e delle autorità di tutela può essere aggirato con un espediente giuridico; che un progetto respinto nel merito può tornare in vita come se nulla fosse. È un precedente pericolosissimo, perché mina la fiducia nei processi decisionali e nel ruolo stesso delle istituzioni di prossimità.
- Perché Orvieto merita una tutela così rigorosa?
Perché Orvieto è un bene irripetibile. Lo aveva colto con straordinaria lucidità già nell’Ottocento lo storico Cesare Cantù, quando scriveva che Orvieto “non può essere dimenticata da chi l’abbia vista una volta” e descriveva la città come un museo vivente, dominato da una cattedrale che è tra le più alte espressioni del genio medievale europeo. Cantù ci ricorda una cosa fondamentale: luoghi così non sono compensabili, non si possono sacrificare promettendo benefici altrove.
- I sostenitori di Phobos ribattono che la priorità assoluta è la decarbonizzazione. Come risponde?
Rispondo che qui stiamo scambiando il certo con l’incerto. Il certo è un territorio di valore storico, culturale e paesaggistico straordinario, che una volta compromesso è perso per sempre. L’incerto è una produzione eolica ipotetica, in un’area che non è affatto vocata al vento. Non a caso nel progetto mancano dati trasparenti sulla reale ventosità del sito.
- E quando questo tema è stato sollevato davanti ai giudici?
È stato risposto che l’eventuale mancanza di vento sarebbe un problema del proponente. Ma questa è una risposta inaccettabile dal punto di vista dell’interesse pubblico. Un’opera così impattante, che a mio avviso non si giustifica comunque, dovrebbe almeno dimostrare un beneficio collettivo reale, non solo un rischio d’impresa privato.
- In conclusione, cosa dovrebbe fare oggi la Regione?
Dovrebbe tornare a esercitare fino in fondo il proprio ruolo di tutela del territorio, senza ambiguità e senza ritirarsi nei momenti decisivi. Perché difendere Orvieto è una responsabilità istituzionale verso la storia, il paesaggio e i cittadini.
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