FOLIGNO
Non è soltanto il dolore per la scomparsa di un grande capitano d’industria. È il vuoto che resta quando se ne va un uomo che ha camminato a lungo accanto alla sua terra, intrecciando il proprio destino a quello della comunità. È un silenzio che pesa, ma che chiede di essere attraversato e trasformato in memoria, in riconoscenza. Foligno e Montefalco salutano Arnaldo Caprai con una lacrima che diventa sorriso, con il rispetto che si deve a chi ha saputo costruire senza mai ostentare.
Arnaldo si è spento domenica scorsa all’ospedale San Giovanni Battista di Foligno, circondato dall’affetto della moglie Fiorella e dei figli Marco, Luca e Arianna. Aveva 92 anni. Se n’è andato in punta di piedi, come aveva vissuto, lasciando un’eredità che va ben oltre l’impresa.
I funerali si svolgeranno mercoledì 7 gennaio, alle 10, nella cattedrale di San Feliciano, dove l’intera comunità gli renderà l’ultimo saluto.
La sua è una storia che comincia dal basso, quando il futuro non aveva ancora un nome e le possibilità si misuravano con il sacrificio quotidiano.
Da ragazzo lavora come cameriere al Bar Roma, in Corso Cavour, il salotto buono della città. Tra tazzine e vassoi impara ad ascoltare, a osservare, a capire le persone. È lì che matura una convinzione destinata a guidarlo sempre: nessun lavoro è umiliante se ti insegna qualcosa. Il rispetto, il contatto umano, la disciplina diventano strumenti di lavoro prima ancora che valori morali.
Poi arriva la strada, quella vera. La vendita porta a porta della biancheria. Chilometri macinati a piedi, campanelli suonati, rifiuti incassati con dignità. Ma Caprai non si limita a vendere: organizza, struttura, pianifica. Da un’attività di sopravvivenza nasce un progetto industriale solido. Il gruppo tessile cresce grazie a rigore manageriale, intuito e visione. È in quegli anni che il suo nome diventa sinonimo di affidabilità, di lavoro ben fatto, di identità costruita nel tempo. Un legame, quello con la città, che non si esaurisce nell’impresa. Arnaldo Caprai fu anche Priore del Rione Croce Bianca e seppe tradurre la propria idea di eccellenza nel linguaggio della tradizione.
Nella sua azienda tessile vennero realizzati due Palii di straordinario pregio per la Giostra della Quintana. Il primo nel 1984, per la Giostra speciale in omaggio al Presidente della Repubblica Sandro Pertini, purtroppo non disputata a causa della pioggia. Il secondo nel 1994, donato a Irene Pivetti, allora la più giovane Presidente della Camera. Un’opera raffinata: tra volute barocche, al centro campeggiava un dipinto a olio realizzato nel reparto aziendale dei dipinti a mano, incorniciato da un rosone di macramè a simboleggiare l’anello, mentre in primo piano cavaliere e cavallo si lanciavano in piena corsa verso il bersaglio. Un palio che era racconto, identità, appartenenza.

È negli anni Settanta che il suo sguardo si posa sulle colline di Montefalco. Il Sagrantino è ancora un vino ruvido, quasi dimenticato, relegato a una dimensione locale. Caprai ne intuisce il potenziale e ne studia l’anima. Raccontava che il nome deriva dall’uso sacro del vino, impiegato durante la messa per i sacramenti e custodito in sagrestia. Per comprenderne fino in fondo l’essenza, si affida a un contadino illuminato della frazione di Pietrauta: Antonio Rebeca, vignaiolo di grande intuito, custode di saperi antichi. “Fu lui a insegnarmi a fare il Sagrantino” - ricordava spesso - un maestro dalle scarpe grosse e dal cervello fino. Depositario di conoscenze tramandate oralmente, mi trasmise un’arte che era cultura prima ancora che tecnica.
Un vino senza bibliografia scritta, intrecciato ai miti e ai riti di Montefalco, sacro per i cristiani e “nettare degli dei” per i pagani.
A raccontare l’uomo e l’imprenditore è Valentino Valentini, sindaco di Montefalco dal 1999 al 2009: “Il rapporto con Arnaldo era diretto e costante. La sua grandezza stava nella semplicità: non faceva mai pesare il successo, raccontava sempre da dove era partito. Bastava ascoltarlo per capire che il suo cammino era fatto di gradini. Per Montefalco rappresenta un prima e un dopo. Ha introdotto per primo il concetto di impresa agricola e ha insegnato il valore dell’identità di brand. Una visione inizialmente osteggiata, oggi riconosciuta come decisiva”.
Un ricordo intimo arriva dall’avvocato Giovanni Picuti, amico di famiglia: “Una sera, a cena, capii che Arnaldo non mi stava chiedendo una cosa qualsiasi. Da visionario, mi affidava qualcosa di importante. Negli anni mi ha sempre dimostrato stima. Per questo lancio una proposta: intitolargli la piazza di Montefalco, non solo per gratitudine, ma per consolidare un’identità”.
Infine, la voce di Carla Grisanti, titolare di una piccola enoteca in corso Mameli a Montefalco: “Il legame terreno si è spezzato, ma l’amicizia resta. Arnaldo si è portato via un pezzo della nostra anima... te la chiederemo indietro quando ci rivedremo... Ogni tanto, se puoi, guardaci da lassù. Sei stato un amico vero”.
Arnaldo Caprai se n’è andato, ma il suo passo continua a risuonare tra le vigne, i telai e le strade di questa terra. Ed è un passo che non si cancella.
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