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Leonello Mosca: "Ecco come ho fondato il Corriere. Una scommessa vinta di cui vado orgoglioso"

Redazione Web

29 Aprile 2023, 17:28

Leonello Mosca: "Ecco come ho fondato il Corriere. Una scommessa vinta di cui vado orgoglioso"
Dopo lunghe ricerche e una serie di telefonate andate a vuoto, incontriamo Leonello Mosca, 74 anni il prossimo 19 settembre, l'editore che 40 anni fa fondò il Corriere dell'Umbria e il Gruppo Corriere. L'accordo iniziale - poi stracciato per volontà comune - è di non fare interviste. Per cui Giancarlo Belfiore, storico fotografo del giornale che ci accompagna, arriva all'appuntamento disarmato della sua inseparabile Nikon. L'incontro avviene in un bar di Branca, frazione di Gubbio, uno di quei luoghi di chiacchiere paesane e di pacche sulle spalle, con sedie di plastica e tavolini zoppi. In 40 anni di storia del suo giornale, Leonello Mosca non ha mai accettato, prima, di raccontare le origini del suo progetto. Eppure ci hanno provato in tanti, perché quella del Corriere dell'Umbria e del gruppo di quotidiani locali satelliti sorti a catena in tutta Italia, è stata - e lo è ancora - la storia di un grande successo editoriale. Un successo che, nonostante i tanti marosi superati, perdura tuttora dopo aver subito perfino una lunga serie di tentativi di imitazione: alcuni riusciti, altri naufragati clamorosamente. Grazie a Leonello Mosca il Corriere dell'Umbria, infatti, non solo è nato nel 1983, ma nel corso degli anni si è rapidamente sviluppato diventando uno dei punti di riferimento dell'intera galassia dell'informazione locale italiana, ambito perfino da imprenditori e aziende di grande rilievo. Schivo e riservato, Mosca ha sempre rifiutato qualsiasi richiesta di intervista. Per questo, per aver accettato di rispondere alle nostre domande, dovremmo iniziare subito con un ringraziamento. Ma non possiamo farlo, perché prima di tutto dobbiamo ringraziarlo per aver creato, dal nulla, questo giornale. E anche le nostre professionalità e di decine di altri giornalisti, molti dei quali approdati nelle redazioni di prestigiosi quotidiani e tivù di tutta Italia. Come le è nata l'idea di creare un giornale? Come un naturale passaggio da una televisione alla carta stampata. Da un'informazione fatta inizialmente con un telegiornale a un'informazione da offrire con un giornale. Prima di parlare di giornale, infatti, si deve parlare della tivù. Cioè, all'inizio, prima ancora di pensare a un quotidiano, nel 1978, avevo deciso di rilevare una televisione. In un appartamentino malridotto di Passignano sul Trasimeno, abbandonato persino dalla Pro Loco, sapevo che c'era una squadretta di tre persone che aveva messo in piedi un'emittente televisiva sperimentale. Un funzionario della Siae, di Passignano, con due ragazzini si dilettava a trasmettere video via etere. Aveva creato una struttura un po' artigianale ma che poteva essere sviluppata e poteva funzionare. Io l'ho comperata da loro. Questa emittente copriva solamente l'area del lago Trasimeno e il trasmettitore era in prestito. L'ho rilevata senza pensarci tanto, infatti, gií dopo i primi giorni ho capito che le cose, per come stavano, non potevano di certo andare per il verso giusto: o davo una svolta immediata o avevo buttato via 20 milioni. Quindi? Quindi decisi di investire qualcosa nelle tecnologie. E di cominciare a raccogliere soldi con la pubblicità . Proprio partendo dalla necessità di macinare pubblicità , maturai l'intuizione più grande: era necessario puntare su un elemento che attirasse la maggiore attenzione da parte dei telespettatori. Di televisioni già ce n'erano parecchie, quindi era necessario distinguersi e offrire qualcosa di davvero interessante. E, all'epoca, cosa poteva esserci di più interessante del sesso? Ci accorgemmo che bastava far vedere qualche coscia, dopo le 23, per far lievitare l'audience. Quindi ho cercato di recuperare tutti i filmini, quelli vietati ai minori di 14 anni, con la Fenech, Gloria Guida e altre belle donne. Pian piano si è creata una base di spettatori che non diceva in pubblico di guardare Tele Europa (l'avevo chiamata così), ma che in verità tutte le notti si sintonizzava sul nostro canale. Per potenziare le dotazioni tecnologiche fui aiutato da Luigi Bartoletti che aveva lavorato alla Rai a Roma. All'epoca aveva anche un'altra attività ?Sì. Io mi sono sposato giovane, a 21 anni, e poco dopo, con una casa editrice che aveva sede in Sicilia, vendevo libri porta a porta. La casa editrice era mia. E le vendite le facevo in tutta l'isola. Che libri vendeva? Enciclopedie e, soprattutto, libri per bambini. Poi, un giorno, mi sono stancato della Sicilia e sono tornato in Umbria. Fu allora che diventai amico di Enzo Mapelli, il padre di Lele Mapelli, che aveva dei night nel Perugino. Entrai in società con lui e aprii un night a Chiusi. Quello dei night per lei è stato un altro business di successo?Sì, e non c'era nulla di male. Molti hanno una cognizione sbagliata di quello che è un night. Il night non guadagna con le donne: tutti i proprietari dei night seri lo sanno. Il night guadagna con i biglietti di ingresso e con il servizio bar. Gli spettacoli servono ad attirare la clientela. Intanto la televisione andava avanti? Sì. E, grazie a quei film, anche molto bene. Nel frattempo era diventata Rte24h. E fu allora che ho deciso di fare un telegiornale. Con noi c'era già Riccardo Marioni e, quando trasferimmo la tv da Passignano sul Trasimeno a Perugia (al villaggio Santa Livia, sotto San Pietro), cominciammo a mandare in onda i notiziari. Il primo conduttore fu Claudio Scarpanti, bella voce la sua? Era chiaro, per me, che prima o poi anche le tv locali avrebbero dovuto fare informazione e che c'era grande spazio e voglia di notizie locali. Fu subito evidente che non mi sbagliavo, in giro si parlava della nostra tv non solo per i film della sera, ma anche per le notizie che davamo. Cominciammo, quindi, a cercare corrispondenti da tutte le città dell'Umbria. Per cui, a un certo punto, nel 1982, pensai che visto che facevamo già informazione e mi dovevo tenere dentro delle persone che mi facessero il telegiornale, tanto valeva la pena che oltre al telegiornale facessi anche un giornale locale. Da qui, quindi, il passaggio dalla tv alla carta? Sì. Sapevo di non avere veri giornalisti, ma gente che raccoglieva e dava notizie sì. Il ragionamento che feci sul rapporto tra tivù nazionali e tivù locali fu, quindi, lo stesso tra i giornali nazionali e i giornali locali. All'Umbria, infatti, mancava un suo quotidiano. Quelli che c'erano (La Nazione e Il Messaggero) non erano umbri e avevano poche notizie umbre. Erano zeppi di notizie nazionali. Ma quelle le trovavi già nelle televisioni nazionali. Le notizie locali, invece, almeno tutte le principali, le avevi solo dalla mia tivù. Per cui capii che era il momento di dare all'Umbria un suo giornale. Ma quando si gettano, concretamente, le basi per un quotidiano? Nel dicembre dell'82, quando coinvolgo Bartoletti, con Lele Mapelli, Massimo Minciaroni, Gino Taffini nell'idea di creare quello che mi sarebbe piaciuto chiamare il Corriere dell'Umbria, un giornale che doveva portare nel nome la parola Umbria perché doveva essere chiaro che la maggior parte del suo spazio era dedicato proprio alle cronache della regione. Dissi loro che come avevamo dato un telegiornale agli umbri, potevamo ora dare un giornale agli umbri. Con la stessa formula: quella di fornire quelle notizie, anche piccole, delle città , dei borghi e dei quartieri che non avrebbero mai potuto trovare spazio altrove. Facendo soprattutto i nomi e i cognomi di quella gente, anche semplice, che non sarebbe mai andata in tv e, quindi, sui giornali. Ma è vero che in precedenza era stato contattato da Carlo Caracciolo, editore de La Repubblica, che avrebbe voluto coinvolgerla nel progetto di realizzare un quotidiano umbro? E che poi, quando Caracciolo rinunciò all'idea, decise di fare il Corriere dell'Umbria da solo per vincere una scommessa con lui che non ci credeva? Io, all'epoca, non sapevo nemmeno chi fosse Carlo Caracciolo. L'idea è stata solo mia. E l'obiettivo iniziale, per me, fu principalmente editoriale e imprenditoriale. Confesso che all'epoca non ero uno che leggeva i giornali, ma ero sicuro che si potesse creare qualcosa che avrebbe prodotto guadagni con le notizie, con le vendite e con la pubblicità .E i giornalisti? Di quelli, all'inizio, non mi preoccupai più di tanto. Non avevo intenzione di prendere né Bocca, né Scalfari. Mi sarebbero costati troppo. Seppi, comunque, che sul mercato locale c'era qualche giornalista disponibile dall'amico Marzio Modena che mi propose di consultare, per un aiuto a formare una squadra, un giornalista che lavorava in Regione: Luciano Moretti. Ha chiesto aiuto a qualcuno della Regione Umbria per avere anche appoggi politici? Ma no! Della politica non me ne fregava niente. E tutt'ora non me ne frega niente. La politica è quella che mi ha rovinato? Non andai in Regione ma era necessario trovare almeno un giornalista iscritto all'albo per fargli fare il direttore. E Moretti mi propose Antonio Carlo Ponti, che aveva il tesserino da pubblicista. Il Corriere dell'Umbria è uscito in edicola il 18 maggio 1983, preceduto da un numero zero il 15 maggio?Sì, da dicembre 1982 a maggio 1983 mettemmo in piedi una squadretta, quasi interamente composta dai corrispondenti di Rte. Qualcun altro era stato, poi, pescato da fuori. Ettore Deodato aveva, per esempio, un'infarinatura da giornalista e fungeva da caporedattore; mentre per la parte grafica avevamo preso Gianni Mariacci che aveva già esperienza avendo lavorato in una tipografia di Città di Castello. E un altro paio di ragazzi erano arrivati dalla stamperia dell'Abete Grafica, anch'essa di Castello. Piano piano, incontrandoci in un garage di una palazzina di Perugia, in via Caduti del Mare dove nel frattempo avevo trasferito la tivù dal Villaggio Santa Livia, cominciammo, ogni giorno dopo le 18, a fare le prove per impaginare qualche foglio di giornale. Ricordo pezzi di strisciate tipografiche per la fotocomposizione che vagavano sui pavimenti e si attaccavano alle scarpe. Uscivano da una serie di macchine nuove che avevo comprato pagandole non pochi soldi. E titoli e testi si componevano con le Simoncini che, invece, avevo ottenuto in leasing. Avevo preso in affitto l'intero garage del seminterrato del condominio: in un paio di stanze si faceva la tivù; nelle altre erano state create la fotocomposizione del giornale, la camera oscura, la redazione, l'ufficio del direttore e un paio di uffici per l'amministrazione. Il numero zero è stato preparato di corsa, con grande fatica. E stampato a Città di Castello: 2.000 copie distribuite gratuitamente a Gubbio, perché abbiamo fatto un numero speciale dedicato ai Ceri di Gubbio. Io sono di Gubbio. Non lo abbiamo portato in edicola, ma distribuito a mano da noi, improvvisati strilloni. Ricordo che a distribuirlo c'erano Gino Taffini, Roberto Tenerini e Lele Mapelli. Facevamo parte della stessa squadra: non c'era differenza tra dipendenti, collaboratori, tecnici, amici. E' stata la prova che, ormai, almeno una bozza di struttura era in piedi e si poteva fare il grande passo. Tre giorni dopo il Corriere dell'Umbria è comparso in tutte le edicole della regione, al prezzo di 500 lire: 6.000 copie, tutte vendute già a mezzogiorno. Poco dopo, però, decise di cambiare direttore e affidare la guida a Giulio Mastroianni?Sì, perché le vendite del Corriere, dopo il primo giorno di successo in edicola, si erano affievolite. Capii che servivano una svolta e un direttore operativo. E grazie a Giulio si è creata rapidamente una squadra di veri giornalisti: le vendite decollarono rapidamente. Avevo saputo che Mastroianni era venuto in Umbria a studiare un giornale locale per conto de La Repubblica e dell'editore Caracciolo. Cosa che, però, non era maturata. La scommessa non è vera, ma questo sì. Ho parlato con lui e compreso subito che era l'uomo giusto per il Corriere: gli ho chiesto di fare il direttore con una proposta alla quale non ha potuto dire di no. E' stata la scelta giusta. E' stato solo allora, lanciato alla grande il giornale, che ho conosciuto Caracciolo. E' stato Giulio Mastroianni a farmelo conoscere. A Mastroianni devo anche l'arrivo di importanti professionalità al Corriere, come il vicedirettore Paolo Farneti e Alberto Moretto, grafico particolarmente esperto che aveva lavorato per il gruppo La Repubblica. Moretto ha ridisegnato la testata del giornale, ponendo l'Umbria al centro e rimesso in sesto tutta la grafica del quotidiano. Con Mastroianni e Moretto il Corriere è diventato un giornale vero; prima del loro arrivo era solo un foglietto della parrocchietta. Comunque, all'inizio, anche con Mastroianni non furono tempi facili per il Corriere?Già , perché la concorrenza era agguerrita. E i giornalisti e i poligrafici andavano creati. Poi c'era il grosso problema di realizzare il quotidiano entro i tempi giusti e c'era pure la difficoltà di garantire una diffusione capillare. Era, insomma, un bel casino, con tutti che dovevano adattarsi a fare un po' di tutto. Taffini, per esempio, che si sarebbe dovuto occupare solo della distribuzione faceva in realtà ogni cosa: in poche ore portava avanti e indietro tra Perugia e Città di Castello le pellicole per la stampa. E già alle 19 si scatenava il panico, perché era chiaro che si era sempre in forte ritardo per arrivare in rotativa entro le 3 del mattino. Ma era bello perché tutti davano il cuore per il giornale. A prescindere da ruoli, titoli e incarichi. Io, magari, ci mettevo del mio, cominciando a ripetere ogni sera "forza che altrimenti stasera non si scappa". Ogni giorno era un vero miracolo. Ricordo che all'inizio ho vissuto per intere settimane, giorno e notte, dentro quel garage: mi facevo portare i vestiti di ricambio da casa. Non sono uscito per molti giorni: dormivo sui gradini dello studio televisivo. Con Mastroianni il Corriere è diventato il primo giornale per vendite, diffusione e numero di lettori in Umbria. Prima a Foligno; poi a Terni e a Spoleto. E cosí via. Mastroianni, aveva una grande esperienza di giornali locali e lo ha dimostrato sul campo. Con lui non serviva discutere molto su come volevo il quotidiano, perché la pensava come me: un giornale non politicizzato, obiettivo, con tante notizie, tante testatine, che valorizzasse il territorio. Anche quello più piccolo e lontano da Perugia. Poi, ci furono tante iniziative editoriali. Con l'aiuto di Bartoletti, abbiamo inventato Occhio alla targa. Ogni giorno si pubblicava il numero di targa di un'auto e il proprietario, se presentava una copia del Corriere, vinceva soldi. Ci fu anche il Bingo, sul quale all'epoca investii una cifra come 150 milioni di lire. Poi, ci fu un gioco legato alle banconote da 1.000 lire: avevamo preso una decina di pezzi da 1.000 lire e, dopo aver registrato i numeri di serie da un notaio, le avevamo messe in circolazione in varie zone dell'Umbria. Chi dimostrava di averle ritrovate vinceva un montepremi che aumentava con il passare dei giorni. E' vero che, quando il Corriere ha raggiunto il successo, ha incontrato il principe Caracciolo che insisteva per acquistarlo? L'ho incontrato un paio di volte. In entrambe mi ha invitato a colazione, ma sinceramente non ho mai capito cosa volesse veramente. Con il Corriere, dopo qualche anno le cose hanno cominciato a girare bene?Sì, e anche abbastanza rapidamente. Dopo il garage di via Caduti del Mare, ci siamo trasferiti nella sede di Pievaiola. Prima ho comprato sulla carta l'edificio che era ancora da costruire e, contemporaneamente, ho acquistato la rotativa da un editore di un giornale che usciva a Vercelli. Solo la rotativa l'ho pagata 120 milioni di lire. Poi ho venduto delle frequenze della tv a Mediaset per 250 milioni di lire.Con la rotativa hanno cominciato a moltiplicarsi i Corrieri, ed í¨ nato il gruppo editoriale. Sì, prima, nel 1985, il Corriere Aretino e la Città di Firenze; poi, nel 1986, il Corriere di Siena. Poi, è arrivato Edoardo Longarini che le ha offerto di comprare metà giornale. Esattamente. Longarini è arrivato con delle proposte quando avevo già un impero: i giornali, la tv, alberghi, night, l'Americanino, 573 dipendenti. Lui ha voluto creare un suo gruppo di giornali prendendo spunto e forze dai miei. Ci sono state anche delle sinergie. Nel 1992 Leonello Mosca si candida alle elezioni: le Politiche per il Psi. Perché? E sì? Lì è stata la mia morte. E' stata una cosa maturata all'improvviso perché avevo avuto delle proposte da qualche partito. Inizialmente non dal Psi per il quale poi, invece, mi sono candidato per il Senato. Decisi di parlarne con Aldo Potenza, con il quale spesso mi consultavo. Fu lui a dirmi: "Semmai vieni con noi". In fondo, mentalmente, sono sempre stato vicino al Psi. Così accettai di candidarmi. Che sbaglio! Alle elezioni persi per soli 300 voti. A Gubbio, la mia città, c'era storicamente una zona dove erano tutti socialisti. E proprio lì non ho preso neanche un voto. Era evidente che mi ero molto esposto. Troppo. E che i poteri forti erano tutti contro di me. Infatti, guarda caso, all'improvviso è spuntata una questione di droga che mi ha coinvolto e travolto. Un pentito ha descritto quasi perfettamente il mio ufficio dicendo che mi aveva portato un etto e mezzo di cocaina proprio in quell'ufficio. Ma in realtà quel pentito non era mai stato nel mio ufficio: nè prima, nè dopo i tempi che aveva citato, perché era già in galera. C'è voluto del tempo per dimostrarlo. Sono stato assolto con formula piena. Però il danno, ormai, era fatto. E' stato un periodo difficile e complicato per lei, ma anche per il giornale. Sì, perché contemporaneamente sono nate delle difficoltà negli accordi con Longarini che ci hanno portato in tribunale. Io rivendicavo 2 miliardi e mezzo di lire, soldi che, se mi mancavano, non mi permettevano più di lavorare con le banche. In Umbria avevo ormai anche tutti gli industriali contro e trovare aiuto era impossibile. Ho cercato di salvare qualche cosa delle mie aziende. Il giornale prima di tutto. Poi, ho voluto investire in Romania in una falegnameria pensando di poter ripristinare i capitali. E poi, sbagliando, quando sembrava tutto crollare sotto i miei piedi, all'improvviso ho deciso di cedere e di chiudere tutto. Invece, avrei dovuto insistere e andare fino in fondo. Sono solo contento che, comunque è andata, sono almeno riuscito a salvare il giornale, i giornalisti e tutti i dipendenti del Corriere. Con loro avevo realizzato il mio sogno. E dovevo salvarli. E' vero che, all'inizio e nei momenti difficili, è anche ricorso all'aiuto degli strozzini per pagare gli stipendi dei giornalisti? Sì, è vero. Per me gli stipendi e le famiglie erano sacri. Come ha scelto i suoi dirigenti? Li ho scelti tra persone che ritenevo capaci. Solo dopo, molti sono diventati amici. Dei suoi giornalisti è stato soddisfatto? Lei ne ha assunti molti, ma ne ha anche creati tanti dal nulla. E c'è chi, partendo dal Corriere, ha poi lavorato nelle redazioni dei giornali di tutta Italia e della tv di Stato assumendo anche la direzione o la vicedirezione di importanti testate nazionali. Li ho conosciuti tutti sul lavoro. Molti hanno dimostrato di essere affezionati al giornale quanto me. E, sul campo, li ho sempre trattati allo stesso modo in cui avrei voluto essere trattato io. Sapevo che erano persone con le quali dovevo convivere e dividere una sfida. E' vero che giocò a carte l'assunzione di una nostra collega? Sì. Mastroianni mi ha messo davanti a un mazzo di carte. Erano giorni che mi chiedeva in continuazione rinforzi in redazione. E io non facevo altro che rispondergli che le spese erano già troppe e che, in quel momento, sarebbe stato uno sforzo economico impossibile da sostenere. Ma lui quella sera mi ha sfidato a Tressette: "Il Corriere ha assolutamente bisogno di una giornalista in più per andare avanti", mi ha detto. "Se perdi, assumi subito la Stefania Panfili che è brava e se lo merita". Ho accettato la sfida. E, nonostante avessi delle belle carte, ho fatto in modo di non vincere. Quando è passata la bufera, è vero che è tornato nell'Eugubino dalla Romania aprendo un allevamento di lumache?Sì. Però, poi, è arrivato un tornado ed ha spazzato via tutte le serre.Cosa non rifarebbe?Non mi ricandiderei. Se non avessi fatto politica non avrei avuto tanta gente contro. E, inoltre, avrei dovuto pensare a difendermi di più. Con Longarini, poi, oggi farei altri accordi: sicuramente, niente crediti, ma saldi giornalieri. Per il resto ho avuto tante soddisfazioni. Molte, però, non ricambiate. (CORRIERE DELL'UMBRIA)
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